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Tenta il suicidio, la storia di Anna abbandonata da tutti.

Prima di raccontare questa drammatica storia dobbiamo partire dalla fine.

Solo così infatti siamo riusciti a far emergere la tragica vita di Anna, (nome di fantasia) una 50 enne Trentina vissuta fra umiliazioni, minacce, violenze, abbandoni, ingiustizie e molte privazioni.

Ma la cosa che lascia davvero basiti è come tutto questo sia successo sotto gli occhi di tutti, per oltre 30 anni, senza che nessuno abbia mai fatto nulla per alleviare le pene di questa sfortunata donna.

È un venerdì di alcune settimane fa quando Anna per l’ennesima volta si reca nell‘ufficio distaccato Itea in via Romagnosi dove vengono controllati i paramentri ICEF che secondo la legge danno poi diritto di abitazione nelle case dell’Itea.

Non è la prima volta che Anna entra in questo ufficio, lo fa ormai da oltre 10 anni, ed ogni volta per la conferma dell’assegnazione manca sempre qualcosa, un documento, una firma, un sigillo, un’autorizzazione, ma questa volta lei è sicura che andrà tutto bene e che finalmente il calvario avrà fine.

Purtroppo però, tutto va storto di nuovo, e stavolta Anna esplode per davvero. Nel cortile attiguo agli uffici perde completamente il controllo e comincia ad urlare a braccia alzate. Il suo è il grido di disperazione di una donna che non ce l’ha fa più, che ormai ha raggiunto il limite della sopportazione.

Qualcuno tenta di calmarla, le sue grida sono strazianti e attirano subito un capannello di persone. Poi Anna sale su per le scale dell’edificio di corsa, gridando che vuole farla finita. Intende salire fino all’ultimo piano per gettarsi di sotto.

Un gruppo di persone, che capisce al volo i suoi intendimenti, la rincorre e per fortuna la blocca su uno dei pianerottoli. Poi arriva subito il 118 e Anna viene caricata a forza e ricoverata al reparto psichiatrico del Santa Chiara; una nuova umiliazione.

È proprio qui che Anna decide di chiamare la nostra redazione per raccontare la sua storia.

La donna nasce in un paese straniero da mamma Trentina,  e la sua vita comincia male. Fin da piccola infatti subisce le «attenzioni» morbose del padre. Poi alla morte del genitore si trasferisce a Trento. 

Anna è una grande sportiva, e all’età di 25 anni arrampica e usa il parapendio. Poi subisce un piccolo incidente, niente di grave, ma purtroppo durante l’operazione qualcuno commette un errore che segnerà per sempre la sua vita.

Operata presso l’ospedale di una valle vicino a Trento rischia di subire l’amputazione di una gamba che va in cancrena dopo l’intervento. Viene salvata per miracolo ma è obbligata a stare per due anni sulla sedia a rotelle, e a camminare con le stampelle per altri 5.

Purtroppo subentrano anche dei problemi legati all’apparato nervoso, accusa infatti dei piccoli svenimenti e frequenti giramenti di testa.

Purtroppo gli effetti secondari dell’operazione sono letali, spina dorsale lesa, un’anca storta, la gamba destra che sosteneva il peso inclinata. Sono anni di operazioni, dolori e disperazione.  Le istituzioni, nel 1997, le riconoscono una pensione di 400 mila lire a fronte di una invalidità permanente dell’85%.

Ma Anna non si scoraggia. Decide di curarsi in Germania e comunica la decisione all’INPS. Per questo ad Anna tolgono subito la pensione d’invalidità.  Quando rientra gli viene riconosciuta un’invalidità del 60%, questo significa che non prenderà più nessuna erogazione dagli enti preposti.

Ma oltre ai problemi alle ossa c’è un’altra diagnosi che preoccupa, quella che certifica la fibromialgia neuropatica aggravata da uno stato di ipertensione e una sospetta malattia genetica di cui però nessuno riesce a dare un nome preciso.

Dopo anni di sofferenze sembra tornare il sereno, ma per poco. Nel 2011 Anna comincia una relazione con un uomo con cui dopo un pochino decide di andare a convivere. Ha un lavoro importante e ben retribuito.

Sembra il coronamento di un sogno, ma invece è solo l’inizio di un nuovo terribile incubo.  Dopo alcuni mesi di convivenza l’uomo si dimostra diverso da come pensava Anna, e così cominciano botte e violenze, ricatti e umiliazioni.

Tutte e due perdono il lavoro e cominciano le migrazioni obbligate per via degli sfratti. Non sono in grado di pagare più nessun affitto.

Dopo anni di violenze è un dottore che, dopo l’ennesimo ricovero capisce la situazione e convince Anna a denunciare il suo aguzzino. L’uomo viene denunciato per tentato omicidio, violenze, messa in stato di schiavitù e persecuzioni.

Poi la donna entra in una struttura anti violenza di Trento e ci rimane per un anno e mezzo, poi si sposta in un piccolo appartamento insieme al suo cane. Si riprende, ma è senza lavoro, e dopo un pochino rimane nuovamente sulla strada.

Nel 2014 Anna, ormai disperata per alcuni mesi dorme anche in macchina, poi viene ospitata da una conoscente che poi scopre essere una poco di buono che voleva costringerla a prostituirsi. Dalla padella alla brace insomma.

Torna a dormire in macchina, finchè una notte una volante della polizia la scopre e la identifica. Ai poliziotti dice, «ho perso tutto, non mi è rimasto nulla, non so dove andare a dormire».

I Poliziotti impietositi l’accompagnano alla casa della giovane. In questa struttura hai tempo 40 giorni per cercarti una casa, se non la trovi sei sulla strada lo stesso. Infatti succede alla vigilia di Natale, Anna è cacciata dalla struttura ed è di nuovo sulla strada al freddo.

L’assistente sociale che la segue vuole mandarla in un istituto a Rovereto, per Anna significa abbandonare il suo cane e i pochi amici che gli sono rimasti.  Ma sono due le condizioni poste dall’assistente sociale per il ricovero in questa nuova struttura protetta: in primis è necessario che Anna firmi un documento dove si prende tutte le responsabilità di qualsiasi cosa succeda nell’istituto, poi, per secondo, l’obbligo di raddoppiare l’ingerimento di psicofarmaci giornalieri.

Anna si rifiuta e torna sulla strada ma un colpo di fortuna la fa incontrare con una vecchia amica che le propone di abitare in uno dei suoi appartamenti insieme con altre persone, una delle quali esce insieme con lei dalla casa della giovane.

L’affitto è quello che è, 400 euro al mese. «Ma almeno non mi ha chiesto la caparra e non ha voluto nessun contratto di lavoro» – spiega Anna. 

Intanto i contatti con il personale Itea sono frequenti e pare che ormai l’assegnazione di una casa Itea per Anna sia cosa fatta. Ma in agguato è pronta l’ulteriore beffa. Nel coefficiente Icef l’itea somma anche le retribuzioni delle amiche che abitano con lei, una della quali peraltro ha avuto in lascito il terzo di un appartamento che non può ne abitare ne vendere essendo in usufrutto al padre fino alla morte.

Nel certificato di residenza quindi questo si somma e addio casa Itea, almeno per il momento. Insomma tutto nuovamente da rifare. La fredda burocrazia ancora una volta ha il sopravvento sul buon senso.

Per qualche tempo, grazie ad alcuni lavori, Anna riesce a pagare l’affitto, poi diventa nuovamente un soggetto a rischio. Bussa a tutte le porte, ma le risposte sono sempre le stesse: sei avanti con l’età, sei disabile  ecc ecc..

All’agenzia del lavoro di Trento le propongono un «praticantato» a 200 euro al mese come impiegata, Anna accetta ed entra in una cooperativa del Trentino. Ma dopo 40 giorni la convocano e la informano che il suo percorso è finito.

Ricomincia l’incubo. Senza lavoro e con 10 mesi di affitto indietro da pagare. L’amica le da una mano per quello che può, ma il baratro si apre di nuovo sotto di lei.

Negli ultimi 3 mesi la situazione di Anna si è molto aggravata. È stata ricoverata per 12 volte, 9 delle quali per delle pericolose ischemie, sembra che i nervi della sua testa si stiano bruciando. Ma non si sa il perché. Le medicine sono molto costose e per lei non ci sono esenzioni.

«Io chiedo solo una casa Itea per pochi soldi e la possibilità dell’esenzione dei medicinali C – spiega Anna –  per il lavoro io sono sicura di trovarlo».

Non sappiamo quale sarà il futuro di Anna, ma abbiamo una speranza che qualcuno leggendo la sua storia possa fare qualcosa di concreto, ma soprattutto in modo veloce. Nessuno infatti deve rimanere indietro, e tutti dobbiamo dare uno speranza a chi ne ha bisogno.

Ma arriva il momento dove le parole devono lasciare posto ai fatti. <






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