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Privata di quattro figli, la dolorosa storia di una famiglia trentina.

Quella che raccontiamo è la storia di una famiglia normale, una famiglia trentina, così composta: mamma, papà, e tre bambini molto piccoli.

Va tutto bene, il padre capo famiglia ha un lavoro, una macchina, e riesce a pagare l’affitto di un appartamento di 110 metri quadrati.

Nessun problema insomma, la famiglia è felice e serena.

Ma purtroppo in pochissimo tempo cambia tutto, e la famiglia in questione entra in un tunnel drammatico fatto di dolore, frustrazione e tristezza. Il capo famiglia, a causa del fallimento dell’azienda dove lavora si trova sulla strada e dopo alcuni mesi non riesce più a pagare l’affitto di casa.

La spada di Damocle dello sfratto mette a rischio l’unità della famiglia, ma non tutto è perduto – pensano i due genitori dei tre piccoli bimbi – infatti ci sono i servizi sociali.

Purtroppo per la famiglia, allo stato delle cose, chiedere aiuto ai servizi sociali non si è rivelata una grande idea. Qui infatti inizia un calvario inenarrabile che tutt’ora persiste.  La stessa assistente sociale con chiarezza durante il primo incontro dice. «o ti trovi un lavoro, e noi potremmo aiutarti, se no dobbiamo tutelare i bambini»

Purtroppo il lavoro non arriva e in un caldo pomeriggio di giugno di circa 3 anni fa a casa della famiglia arrivano i carabinieri insieme al P.M. del Tribunale dei minori e 2 assistenti sociali. In quel frangente il padre è assente perché impegnato a fare dei lavoretti saltuari.

Ironia della sorte, lo stesso giorno il papà aveva finalmente trovato un lavoro a tempo determinato che avrebbe portato un po’ di ossigeno in famiglia.

Quanto la sera il capo famiglia torna a casa felice non trova però nessuno. Ne i figli ne la moglie che ha dovuto seguirli.

Allarmato, dopo essere stato avvertito dai vicini della visita dei carabinieri, il papà piomba subito in caserma.

Arrivato gentilmente un militare spiega: «vedi papà, questo è un decreto del tribunale dei minori che impone ai servizi sociali di portare i tuoi bambini in un posto che loro ritengono più sicuro e dove, secondo loro, i tuoi bambini possano crescere meglio. Vedi – proseguì il gentile carabiniere – alla mamma hanno detto che se non seguiva i bambini non li avrebbe più visti e lei ha deciso di seguirli».

Il genitore in preda al panico si rivolge subito all’assistenza sociale per capire meglio la situazione. La conferma arriva come una stilettata al cuore, «la situazione era grave – spiega l’assistente sociale – ci sarà a breve un processo per confermare quanto disposto dal Pubblico ministero».

Basito, il papà viene anche a sapere che i suoi figli e la moglie sono a 100 km di distanza da casa sua e che avrebbe potuto vederli sono il sabato.

La storia poi continua durante tutto l’anno, che risulta molto tormentato per l’intera famiglia. Il padre infatti, nel frattempo rinuncia al lavoro in una azienda milanese per poter vedere i suoi figli.

Il processo infine sancisce che mamma e papà avrebbero dovuto restare divisi, almeno fino al termine della CTU (consulenza tecnica d’ufficio) e che a seguito di questa il tribunale dei minori avrebbe deciso cosa fare.

Un anno difficile  anche perché i soldi erano pochi, l’avvocato costoso, come lo spostarsi di 100 km ogni fine settimana per poter abbracciare per una sola ora il suoi bambini e la mamma.

Un secondo processo e il completamento della CTU sentenzia che la mamma e il papà non sono in grado di badare ai bambini e conferma la disposizione così come era partita.

Il papà d’accordo con la mamma si presenta all’ assistente sociale chiedendo aiuto, ma come risposta si sentono dire che lei doveva tutelare i bambini e assicurarsi che quanto disposto dal tribunale fosse attuato al meglio.

Presi dallo sconforto mamma e papà decidono alcuni mesi dopo, per cercare di smuovere la coscienza degli addetti ai lavori, di tornarsene a casa insieme lasciando i bambini.

Purtroppo la scelta non raggiunge gli obiettivi sperati, anzi aggrava ancor di più la situazione isolando ancora di più i genitori che di fatto vengono abbandonati da tutte le istituzioni.

«Mille promesse, ma alla fine nessun aiuto concreto – dichiara il papà – in fondo sarebbe bastato aiutarmi a trovare un lavoro in qualche cooperativa sociale o nel progettone per far si che piano piano uscissimo dallo sconforto e dai problemi economici»

Il giudice nel frattempo decide per la pre – adozione dei bambini. Ma il ricorso urgente dei genitori e l’apporto di un bravo avvocato sospende la pratica.

Ma siccome al peggio non c’è mai fine ecco l’ultimo dramma. La coppia (contraria all’aborto e molto cattolica) mette al mondo una graziosa femminuccia nata 1 anno e quattro mesi fa al santa Chiara di Trento.

Ma i giorni delle felicità sono brevi, infatti l’assistente sociale interviene velocemente su mandato del P.M. con decreto d’urgenza e dispone l’allontanamento immediato anche di questo loro figlio. «con decreto di urgenza – si legge sul dispositivo – che la minore visti i pregressi degli altri 3 fratelli venga immediatamente allontanata dal nucleo famigliare e da facoltà alla madre di seguire la bambina in una struttura «madre/bambina». 

La madre segue la bambina e la famiglia si divide di nuovo. Ad oggi – secondo l’assistente sociale che segue il caso –  non vi sono possibilità che la famiglia si riunisca, in quanto le sentenze del tribunale dei minore sono definitive ed inappellabili.

I genitori – su suggerimento dell’assistente sociale – stanno facendo un corso di rafforzamento della genitorialità, nella speranza che questa venga ripristinata. Nel frattempo il papà ha trovato lavoro. «Spero che il tribunale possa un giorno ravvedersi per una decisione non consona e basata solo su delle supposizioni sbagliate e dei preconcetti»termina il papà. 






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