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A Rovereto la mostra «tra cronaca e arte»

L’architetto Francesco Cocco, veneziano da molti anni trapiantato a Rovereto, ha avuto una prima vita come pittore.

In una mostra che sarà aperta il prossimo 3 ottobre all’Urban Center di Rovereto, curata da Remo Forchini, mostra alla città questa sua parentesi di vita prendendo per mano una tra le pagine più dolorose: quei cinque quadri che gli vennero rubati nel 2015 dal suo studio di Giazzera, alle porte di Rovereto sul crinale del Lancia.

La mostra è un atto di coraggio, fatto anche di pudore e di volontà di fare i conti col passato, anche quello più doloroso.

Spiega l’architetto: “Quei cinque quadri rubati con grande astuzia e precisione, mi hanno strappato dentro l’anima, perché erano lavori che definivano, con forza, tutti i miei pensieri ed emozioni, tutta la mia storia espressiva nel suo inizio complesso e intricato, tutta la durezza della mia solitudine, tutta la mia passione per la ricerca di ogni verità umana. Erano lavori che non avevo mai esposto in pubblico, pur avendo fatto tante mostre in varie città europee”.

All’Urban Center verranno proposte delle fotografie dei lavori che l’architetto-artista custodiva con grande attenzione e rispetto.

Ogni volta che li guardavo imparavo qualcosa di nuovo. Resterà sempre un mistero questa loro sparizione” e precisa: “...non ho nessun mercato artistico, perché i quadri non li vendevo mai anche quando venivo intensamente sollecitato a farlo. Non ho mai voluto esaltare la mia pittura dedicandomi sempre più intensamente alla professione dell’architetto seguendo il suggerimento del prof. Bruno Zevi”.

I ladri e dove siano ora quelle opere, resta un mistero: non lasciarono traccia. “Nessuno li ha visti, neanche al paesino di Giazzera formato da un grumo di case con uno o due abitanti stabili, che dista circa 500 metri di percorso, lungo una stradina nel bosco”.

I particolari di questa sparizione:…mi sono accorto entrando nel salone dove lavoravo contornato dalle attrezzature da pittore. Ho avvertito dei vuoti, delle diversità che non corrispondevano alle mie abitudini. Al momento non riuscivo a capire cosa fosse accaduto. Maledetti, avete rubato ciò che ho di più caro al mondo, la mia intimità più profonda, l’inizio della mia vita espressiva che custodivo con grande intensità. Maledetti bastardi”.

Da quel momento la strada divenne quella dell’architettura (a Venezia Cocco ha creato il people-mover che ha fatto scuola in tutto il mondo in materia di mobilità alternativa sostenibile), ma la pittura è sempre stata per lui un’energia primordiale.

Quell’energia che permette di dare forma al colore, di capire lo spazio delle cose, di avvicinare il lontano al vicino, il paesaggio al volume, quel sentimento comunicativo di comprensione e amicizia con gli altri. Quei quadri rubati erano l’appoggio stabile della mia costruzione di pensiero che, nella loro cruda bellezza, non possono stare nelle mani sporche di chi li ha rubati”.

La mostra all’Urban Center supera così il naturale pudore nel far capire e mostrare i sentimenti più profondi e tocca una ferita del passato per sanarla.

Ero fuggito da Venezia, appena laureato, per nascondermi tra i monti del Trentino e poter dipingere. La pittura era il mio universo, il mio più vero abbandono. I primi anni nel Trentino furono segnati da un intenso lavoro di pittura nel mio rifugio, nella casa solitaria di Giazzera”.

L’Urban Center ha così il compito di riattivare il corto circuito emozionale ed estetico che seguì al doloroso e forzoso distacco dalle opere a lui più care.

Questa la locandina dell’evento

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