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Privata del figlio perché troppo «giovane», l’assurda vicenda di Luisa

La storia di “Luisa”, nome di fantasia, è una delle tante storie da noi pubblicate ed approfondite negli ultImi anni. Una giovane madre trentina che rimasta incinta ancora in giovane età aveva deciso di portare avanti da sola la gravidanza contrariamente a quanto invece le veniva suggerito dalla rete di parenti e amici che gravitava intorno a lei.

Tutto inizia con questa lettera di “Luisa”:

“Nel 2009 nasce mio figlio e dopo un mese mi arriva una lettera dal tribunale dicendo che o andavo in comunità o mi veniva dato in adozione ad un’altra famiglia, decido, pur di non perderlo, di andare in una comunità a Rovereto dopo quasi un anno circa, vedendo che secondo loro la mia famiglia non era idonea per aiutarmi con mio figlio, mi danno la possibilità di andare in un appartamento in semi-autonomia con mio figlio.

All’inizio di questa convivenza con anche un’altra mamma, io incomincio a capire che la situazione è un po’ stretta, soprattutto perché con l’arrivo di un altro bimbo mio figlio era molto geloso.

Dopo quasi 3 mesi che sono a Riva del Garda conosco un ragazzo che dopo un po’ presento con prudenza a mio figlio quando le cose incominciano a farsi serie e vedo che il mio fidanzato si sta affezionando al bambino e viceversa decido di portarlo a casa dei miei futuri suoceri per farglielo conoscere.

Il 23 novembre 2011 tramite gli Assistenti Sociali mi arriva un decreto del tribunale che devo portare mio figlio al centro per infanzia a Trento e che mi viene sospesa la potestà genitoriale.

Io a quel punto quando leggo il decreto e ne parlo con la famiglia affidataria che abita sotto di me a Riva chiedo spiegazioni di ciò e chiedo con quale criterio hanno preso questa decisione, loro mi dicono solo che hanno mandato una lettera al servizio sociale con scritto che per loro avevo bisogno di non stare in un appartamento in semi-autonomia ma di un aiuto diverso non spiegandomi che alla fine, loro, avevano semplicemente preso la decisione di mandarmi via senza mio figlio perché mi hanno visto felice con un compagno che voleva bene a me è mio figlio senza farci mancare nulla.

Mi hanno fatto portare a me il bambino al centro per l’infanzia facendomi giocare con lui a nascondino fino a quando lui non mi avesse più visto  e uscendo dalla struttura senza dire nulla cosi decisero, per non far male al bambino e dicendomi anche che sarebbe stato un periodo breve, il tempo di una decisione del tribunale.

Il 12 giugno 2012  alle ore 9.30 vado a vedere mio figlio al centro come tutti i giorni previsti di visita (che cadevano un giorno alla  settimana un ora) ma quando lui esce dalla  stanza e viene verso di me lo trovo che piange a mi si attacca alla gamba dicendomi che lui non vuole andare dagli zii che lui non conosce, io incredula chiedo spiegazioni alla direttrice che mi conferma che mio figlio dopo domani andrà in affido presso una famiglia a me sconosciuta che avrebbe preferito dirmelo lei in un altro modo magari in un incontro.

Il 16 luglio 2012 si è svolto il primo incontro con mio figlio presso uno spazio neutro con visita per un’ ora un giorno alla settimana. Valutai bene se pur la situazione difficile di trovarmi un lavoro che potessi diventare autonoma per crescere al meglio mio figlio.

Cominciai a lavorare presso il top center e trovai anche qualche ora alla settimana in città in un bar. Quando lo dissi all’assistente sociale mi disse subito che non andava bene che io dovevo rispettare i giorni e gli orari di visita che se gli avessi saltati avrebbe avvisato il tribunale.

Io ingenuamente deciso che senza un lavoro non avrei mai potuto anche se c’era chi mi avrebbe aiutato crescere e fare a mio figlio ciò di cui aveva bisogno.

Alla fine di settembre valutarono che non ero in grado di rispettare gli appuntamenti con il bambino e che le visite venivano diminuite ogni 15 giorni una volta alla settimana. Sono passati quasi 4 anni e mi domando cosa vogliono ancora da me sapendo benissimo che sto convivendo con il mio ragazzo da 3 anni ho una casa ecc… voglio solo riprendermi mio figlio e dimostrare che io e la mia famiglia possiamo farcela senza questo business che non esiste se non per far intascare a tanta gente soldi !!”

“Luisa”

L’elenco di esempi di fattispecie sarebbe lungo, alcuni dei quali riconosciuti dopo strenue battaglie, e altri ancora lasciati a “macerare” nell’ignavia e nell’inerzia spesso di un sistema amministrativo che è stato messo molte volte sotto la lente di ingrandimento per presunte anomalie tangibili in molti casi riconducibili al famigerato interesse personale ed alla materia del conflitto di interesse. In questo caso abbiamo una giovane mamma che prima deve scegliere fra il dovere di sopravvivere cercando lavoro per così garantire un futuro a lei e suo figlio.

Ma la domanda che tutti ci poniamo, in special modo all’assistente sociale in questione è: «ma non non è possibile trovare un orario congruo per un incontro fra una madre e una figlia che tenga conto delle esigenze di tutti nell 24 ore di una giornata?» 

Si parla da molto di rivedere l’intero «impianto» dei servizi sociali che risultano a tutt’oggi essere, checchè se ne dica, il braccio operativo del tribunale minorile per quanto concerne la predisposizione di tutta una serie di elementi conoscitivi sull’utente atti a descriverlo più o meno capace di esercitare il proprio ruolo.

Naturalmente è pur vero che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, nel senso che anche in questo settore vi sono  educatori e assistenti professionisti attenti e scrupolosi.  

Il problema degli allontanamenti facili abbiamo visto anche grazie a tutto un fiorire di talk show e di stampa nazionale risiede spesso nel fatto che dietro questi bambini allontanati dalla loro famiglia, dal loro nucleo originario, vi sono situazioni personali di criticità spesso oggettive (separazioni conflittuali, povertà, nuclei monogenitoriali senza una rete famigliare di supporto ..) che con un progetto di prevenzione minimale spesso avrebbe sistemato senza gravi traumi la questione sul nascere. Ma nel caso di Luisa nessuna di queste criticità è presente.

Abbiamo capito però che la grande macchina della sottrazione minorile (strutture di accoglienza, sistema degli affidi, cooperative del sociale, giudice onorari, professionisti vari) spesso presenta delle pericolose falle in cui i rappresentanti di associazioni che operano da anni nel settore per ripristinare il giusto diritto sociale e naturale, devono subito intervenire.

In Luisa ora c’è la rabbia di una madre a cui le autorità superiori hanno scippato il diritto di essere legittimo genitore. Luisa, non può esercitare il suo diritto di madre naturale nonostante madre, seppur giovane, attenta e scrupolosa. Ci sono documenti che parlano di questo, che confermano il valore di Luisa come donna e come mamma ma nessuno degli educatori, psicologi, unità multiprofessionali ed altro che entrano in rete in tali meccanismi valorizza questo documento, anzi, viene lasciato inspiegabilmente e fors’anche volutamente relegato nel recondito. Luisa ha un lavoro, un compagno e una casa di proprietà ma rischia di non vedere più sua figlia che sta per essere data in adozione. 

E tutto per una relazione di un psicoterapeuta locale a cui la signora è ricorsa che riprende una CTU (consulenza tecnica di ufficio) davvero ingrata stesa sulle caratteristiche della signora Luisa che in estrema sintesi si vede privata del figlio solo perchè troppo giovane.  

 






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