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Assad strangola Madaya, la popolazione costretta a mangiare cani e gatti

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Anche senza armi chimiche, il dittatore siriano Bashar al Assad continua a sterminare il suo popolo con mezzi spietati e vigliacchi. E’ il caso dei 40mila civili intrappolati da mesi a Madaya, città a meno di 50 chilometri da Damasco, assediata dalle forze militari fedeli ad Assad.

La mancanza di cibo e di medicine sta ammazzando la popolazione locale, raccontano residenti e attivisti. C’è chi mangia le foglie degli alberi, chi l’erba, chi si affanna a rincorrere i pochi cani e gatti rimasti in città per sfamare sé stesso e i propri cari. Medici senza Frontiere ha denunciato che, a partire dal primo di dicembre scorso, sono già 23 i pazienti morti a causa della mancanza di cibo. Sei di loro avevano meno di un anno.

Una morte spietata. "Morire improvvisamente e rapidamente per i colpi dell'esercito siriano è più pietoso della morte lenta che affrontiamo ogni giorno", ha denunciato un attivista per i diritti civili di Madaya, Manal al-Abdullah, contattato dal sito Al-Monitor.

L’assedio di Madaya è iniziato lo scorso luglio, con l’obiettivo di sfiancare le forze ribelli siriane, che controllano la città. A settembre era stato trovato un accordo tra le parti in lotta: il regime are pronto a terminare l’assedio a Madaya e nella vicina Zabadani, in cambio il Fronte Al Nusra, organizzazione che rappresenta Al Qaida in Siria, avrebbe terminato a sua volta l’assedio di due villaggi a maggioranza sciita, Fuaa e Kafraya. Ma l’intervento russo a sostegno di Assad ha frenato l’attuazione dell’accordo. A quel punto, le forze lealiste e, in particolare, le truppe di Hezbollah, coinvolte nel conflitto a fianco del presidente siriano, hanno sigillato la città, bloccando l'accesso ai convogli umanitari.

L’arrivo dell’inverno e della neve ha fatto il resto. Chi si è spinto troppo in fuori, alla ricerca di legna da ardere, è  stato ucciso dai cecchini piazzati su una collina nel bosco che si trova a lato della città. I morsi della fame hanno costretto i bambini a recarsi nei campi, alla ricerca di erbe commestibili. Molti di loro sono rimasti vittima delle mine antiuomo che l’esercito siriano e Hezbollah hanno seminato tutto intorno alla città.

Hezbollah si difende, dichiarando che i civili rimasti in città non sono più di 23mila e che i ribelli li stanno usando come scudi umani e come esca per intercettare aiuti alimentari.

Non è la prima volta che le truppe di Assad combattono il nemico bloccando i rifornimenti di cibo e medicinali. Si tratta di una vera e propria pratica di guerra, denunciata già nel marzo del 2014 da Amnesty International, in riferimento all’assedio di Yarmouk ,campo profughi a sud di Damasco, in cui erano rimasti intrappolati senza cibo migliaia di palestinesi.

Contro la tragedia che si sta consumando a Madaya si sta scatenando lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale. Le immagini di bambini ridotti a scheletri stanno facendo il giro del mondo. Sotto pressione, il governo siriano ha acconsentito giovedì all’invio di aiuti umanitari, sostengono le Nazioni Unite.

L’atteggiamento del regime svela un profondo disprezzo non solo per le vite dei civili intrappolati a Madaya, ma anche per le regole del diritto internazionale. L’accesso ai convogli umanitari non dovrebbe essere oggetto di concessioni o negoziati, in quanto garantito sia dal diritto internazionale che da una recente risoluzione delle Nazioni Unite, la numero 2165.

Speriamo che gli aiuti non arrivino troppo tardi. Ancora un po’ e Madaya non avrà più nemmeno la forza per gridare aiuto. 

 






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