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«Cure Palliative»: «Hanno assassinato nostro padre in tre settimane»

L'articolo pubblicato il giorno 3 settembre aveva fatto emergere quanto successo ad una famiglia trentina che dopo essersi rivolta ad una equipe «Cure Palliative» della provincia di Trento si è ritrovata improvvisamente in un tunnel senza uscita che ha innescato una serie di avvenimenti drammatici che hanno portato alla morte del padre e alla denuncia del medico responsabile dell'equipe per omicidio volontario, preteritenzionale, colposo e per violenza privata verso la famiglia.
 
La denuncia depositata in procura nel mese di maggio del 2014 dall'avvocato Francesca Giacomelli ha fatto scattare le indagini, per le quali è stato richiesto un'ulteriore approfondimento che fra pochi giorni potrebbe portare al rinvio a giudizio o alla richiesta di archiviazione da parte del medico indagato.
 
La complessità e una storia, francamente per certi aspetti incredibile, ci ha stimolato ad andare più a fondo, per questo abbiamo chiesto un'incontro con la famiglia, che gentilmente non si è tirata indietro. 
 
Un incontro difficile,  interrotto più volte dai figli e la madre, che commossi hanno ammesso di non essere ancora riusciti a superare ed eleborare la morte del prorio caro, ma attenzione, non in quanto tale, ma per il modo drammatico in cui è avvenuta.
 
Un film horror durato tre settimane, che ha portato un uomo in piena forma mentale e fisica a morire in modo poco dignitoso e in condizioni fisiche che si possono giudicare dalle foto. Tre settimane condite di errori, comportamenti arroganti, incompetenti, presuntuosi, prepotenti e contraddittori da parte di una delle equipe «cure palliative» Trentine.
 
Vogliamo subito dire che la stessa famiglia precisa che non vi è nessuna intenzione di criticare le equipe delle cure palliative ma solo quella che purtroppo si è resa protagonista di quello che secondo la famiglia è uno scempio etico e morale che grida vendetta e un vero assassinio. È altresì giusto dire che le due testimonianze riportate in altrettanti articoli (qui l'altra) sono solo alcune di quelle giunte in redazione, e se è vero che nei commenti sui social ci sono anche delle note positive verso questo servizio è anche giusto dire che le critiche sono state molte, ben precise e articolate, a tal punto che nei prossimi giorni alcune di queste saranno anche pubblicate. 
 
Prima di iniziare il racconto delle ultime tre settimane di vita dell'uomo in questione è necessario fare alcune premesse. La prima è che la vittima, 77 anni, ha svolto una vita sana, sportiva, anche in tarda età, e in piena salute senza nessun eccesso (non fumava e non beveva) e che, non solo non ha mai avuto bisogno di nessun medicinale, ma che gli stessi medicinali erano mal sopportati dall'uomo. 
 
«Egli teneva ad allenare anche l’intelletto – precisano i famigliari – per quasi cinquant’anni tutte le settimane si divertiva con la “Settimana Enigmistica“, si informava leggendo quotidiani (indirizzava molte lettere ai direttori dei giornali), si documentava attraverso riviste di attualità, di scienza ecc. Concludendo è sempre stato in perfetta forma psico-fisica, prima di essere colpito da un male terribile che ancor oggi “uccide” migliaia di persone: il cancro».  
 
All'uomo viene diagnosticato un «adenocarcinoma peritoneale Asintomatico» di secondo livello. La sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è del 90% nella malattia localizzata (stadio I), del 70-80% e del 40-50% rispettivamente nella malattia localmente estesa
 
Dopo diverse consultazioni medico-specialistiche svolte presso l’Ospedale Niguarda Ca’Granda di Milano – Dipartimento Oncologico, viene rilasciato il seguente certificato: «Tenuto conto delle buone condizioni fisiche e generali della persona interessata e del tenore di vita positivo prima della occlusione recente, valuterei in visita oncologica la possibilità di terapia sistemica finalizzata al controllo della progressione della malattia per quanto più a lungo possibile e con buona qualità di vita». 
 
Poi l'uomo inizia il trattamento di cure chemiologiche della durata di 9 mesi durante le quali non sente nessun dolore, e dove ad ogni stimolo reagisce molto positivamente. La terapia farmacologica adottata per tutto il periodo di cure consiste in Plasil, Zofran (occasionalmente), Bruffen e Paracetamolo, farmaci generici a basso impatto post- assunzione. Su consiglio dell'équipe medica vengono poi interrotte le cure, visto che la risultanza della Tac rivela una stabilità del carcinoma
 
«A conferma dell'estrema veridicità di quanto esposto, – cita nella denuncia l'avvocato Giacomelli – si vuole porre in luce che la pratica clinico-amministrativa dell'uomo, non veniva archiviata, bensì tenuta in "stand-by" dal Reparto Oncologico di omissis per un'eventuale, quanto possibile ripresa delle cure nel prossimo venturo. In conclusione, la cartella clinica, presso l'Ospedale risulta essere ancora "aperta", a riprova delle aspettative di vita che gli oncologi nutrivano nei confronti dell'uomo». 
 
Anche il medico di famiglia certifica che il «paziente» sta bene, lo stesso però dal momento dell'intervento dell'equipe «Cure palliative» viene estromesso completamente da qualsiasi decisione su possibili cure future. «Lui tentò di dissauderci dall'affidarci a questo servizio, purtroppo quando ci spiegò il perché era tardi»afferma la famiglia.
 
«Spinti dalla convinzione, di dover "offrire" un servizio sicuramente più competente e completo, la nostra famiglia decideva di affidarsi al Servizio Domiciliare Cure Palliative» – inizia da qui la cronologia degli avvenimenti che in sole 3 settimane porteranno alla morte del padre e marito di questa famiglia. 
 
Il primo incontro con il medico responsabile dell'equipe «cure palliative» è a dir poco tragico. «Il responsabile leggendo in modo del tutto sommario la cartella medica di papà, – afferma il figlio – arrivato ai saluti, in via confidenziale, comunicava a mia madre con estrema convinzione e disarmante lucidità di rassegnarci, che papà avrebbe avuto ancora, al massimo, dalle 3/5 settimana di vita. Come ha potuto il medico, in contrasto con l'équipe di oncologi (12 per la precisione) che seguendo il paziente in tutte la fasi chemioterapiche avevano evidenziato la lentezza dello sviluppo del carcinoma, pronunciare una sentenza di quel genere»
 
La famiglia fa anche richiesta dell'indennità di accompagnamanto per il proprio caro, ma per due volte le viene risposto che l'uomo sta bene e non ce ne bisogno perchè è completamente indipendente. Ma misteri e incongruenze del sistema sanitario trentino, lo stesso medico che aveva rifiutato l'accompagnamento due giorni prima, dopo aver parlato con il medico delle cure palliative improvvisamente cambia idea e concede l'accompagnamento, come in due giorni un uomo perfettamente indipendente che va persino a fare la spesa da solo avesse poche ore di vita. 
 
«Voglio precisare che per noi familiari aver contattato il Servizio Cure Palliative rappresentava, in quel momento, la massima "cura di mantenimento" che a papà potesse essere concessa, per cercare d'aiutarlo a superare quel calo ponderale indotto dalle lunghe cure di chemio. Aver contattato il servizio di cure palliative non significava per noi familiari "rassegnazione", non significava abbandono totale del malato al proprio destino di terminabilità, ma tutt'altro» spiegano i figli.
 
Fin dalle prime visite a domicilio alla famiglia viene continuamente ripetuto dal medico responsabile di non contattare assolutamente il 118 se le condizioni clinico-sanitarie fossero peggiorate e viene consigliato di sbrigare quanto prima tutte le pratiche burocratico-bancarie. È lo stesso «malato» che sbriga tutte le pratiche recandosi in banca e negli uffici competenti senza nessun problema, infatti sta bene, si muove tranquillamente ed è perfettamente indipendente. 
 
L'equipe «cure Palliative» comincia la terapia somministrando dopo superficiale quanto sbrigativa visita, 50mg di morfina, anche se l'uomo non pativa nessun tipo di sofferenza. (tutto questo è riportato sul diario medico consegnato in procura)
 
Ricordiamo che gli oncologi consigliavano come terapia iniziale un dosaggio della Morfina a 10mg. «Noi facevamo notare al medico dell'equipe che mio padre era un soggetto altamente sensibile ai farmaci e che non avrebbe avuto alcun bisogno di una terapia iniziale così “aggressiva”, senza però essere ascoltati» ricorda il figlio.
 
Il giorno seguente la situazione precipita, l'uomo riscontra subito i sintomi di un overdose da morfina; vomito biliare, disturbi visivi, prurito, tachicardia. «Mio padre – precisano i figli – non ha mai vomitato nemmeno durante la terapia chemiologica durata per ben 9 mesi».
 
Il bombardamento con la morfina continua e dopo la prima settimana i famigliari notano subito che l'uomo non è più vigile, spesso va in confusione, dorme quasi tutto il giorno, insomma, le sue condizioni peggiorano sensibilmente. 
 
«Nonostante i nostri continui richiami al medico dell'equipe, dove insistevamo nel dire che nostro padre non solo non soffriva ma gli era stata diagnosticata un'aspettativa di vita molto lunga» 
 
Al paziente nella seconda settimana viene riscontrata una tachicardia, probabilmente causata dalla morfina, anche se per l'operatrice sanitaria invece si tratta «di paura di morire» e allora il medico comincia ad introdurre il Midazolan (5 mg) dicendo alla famiglia che si tratta di un tranquillante che può essere paragonato alla Valeriana.
 
Il Midazolan invece è un farmaco potentissimo con effetti collaterali devastanti sulle persone normali, figuriamoci su chi è allergico ai medicinali. La situazione crolla improvvisamente, l'uomo non riesce nemmeno più ad alzarsi, solo dopo alcune ore iniziano dolori, decadimento fisico e psichico. (tali medicinali devono essere somministrati da un medico e non da un infermiere e in un ospedale in grado di rianimare il paziente in caso di effetti collaterali visto  le caratteristiche del medicinale). 
 
A questo punto cominciano gli attriti fra la famiglia e il dottore responsabile dell'equipe che però continua nel suo comportamento arrogante e saccente. «La sua presenza comunque era ormai rara e non si faceva trovare nemmeno più al telefono e cosa incredibile dovevamo cambiare noi l'elastometro quattro volte al giorno perché a detta degli infermieri loro non ne erano capaci»ricorda la figlia.
 
Singolare come alle rimostrazioni della famiglia preoccupata per lo stato di peggioramento improvviso dell'uomo il responsabile inviti a non leggere assolutamente le descrizioni contenute nelle scatole dei "nuovi medicinali", che da quel momento in poi, avrebbero introdotto nell'elastomero. 
 
«Gli oncologi – ricorda la moglie – avevano prescritto una terapia completamente in antitesi rispetto a quella applicata dall'equipe, la quale, nonostante i nostri ripetuti inviti, non provvedeva mai a contattarli».
 
I famigliari maturano anche l'idea di trasferirsi in un'altra abitazione più spaziosa e comoda nella quale curare meglio il proprio caro, ma quando manifestavamo tale intenzione, gli viene risposto di non procedere assolutamente a concretizzare una simile idea. 
 
Le perplessità aumentano e la famiglia decide di contattare il medico condotto, «lui ci disse subito, che non avevamo lontanamente idea in quale situazione c'eravamo infilati accettando il Servizio Palliativo Domiciliare e in modo criptico che di lì a poco avremmo capito cosa "offre" il Servizio tanto richiesto»
 
Quando la famiglia capisce le devastanti caratteristiche del Midazolan ordina subito di smettere la somministrazione al paziente, ma il dottore risponde picche e allora i figli chiamano il 118 e spiegano la situazione, a questo punto dopo una telefonata fra l'operatrice del 118 e il medico responsabile delle «cure palliative» arriva l'ordine di togliere subito il Midazolan dalla terapia.
 
Ma proprio grazie all'intervento del 118 viene fatta un'altra incredibile scoperta, dal primo giorno all'uomo insieme alla morfina è stato somministrato anche il Serenase-Aloperidolo, un neurolettico dotato di un elevato effetto incisivo, un effetto antipsicotico e sedativo e un potente effetto antiemetico. È il farmaco antidelirante e antiallucinatorio per eccellenza. Incredibile! I famigliari vanno fuori di testa e chiedono subito di togliere anche questo farmaco, l'infermiera senza nemmeno il parere della dottoressa toglie sia il Mizadolan che il Serenase
 
 
Ma pensate che sia finita? per nulla, infatti i famigliari a propria insaputa si accorgono che il Midazolan nei giorni seguenti viene nuovamente somministrato all'uomo ormai immobile a letto.
 
La responsabile a questo punto di presenta a casa dei famigliari insieme ad un altro medico e succede di tutto, una lite furibonda con minacce, insulti e grida. L'incontro per fortuna viene completamente registrato dalla figlia, e poi inviato alla procura. Alla fine dopo enormi insistenze da parte dei famigliari il responsabile delle cure palliative telefona all'oncologo di Verona che aveva preso in cura l'uomo con la chemioterapia e dopo un breve confronto sospende definitivamente i farmaci.
 
«Dopo quanto successo siamo stati abbandonati a noi stessi e non si è visto più nessuno, nostro padre peggiorava fra mille sofferenze e stava cominciando a rantolare, abbiamo chiamato infermieri e dottore, ma nessuno ha voluto presentarsi» ricordano i figli, che poi hanno capito che il servizio è stato disattivato.
 
Ai figli, dall'equipe medica viene anche detto che non è più necessario somministrare cibo all'uomo perché questo sarebbe andato ad alimentare ancora di più il tumore. I figli non credendo a questa versione cercano di farsi dare delle nuove sacche osmotiche dall'APSS che però rifiuta la consegna essendo stato disattivato il servizio. A questo punto è la figlia a chiedere all'infermiera dove sarebbe stato possibile trovarle, la risposta gela il sangue: «Se vuoi trovarle compratele al mercato nero» – dice alla figlia incredula. 
 
Ma di cose strane in questa storia ce ne sono molte altre, se pensate che tutt'ora a distanza di anni a casa della famiglia sono ancora presenti morfina e altri farmaci molto pericolosi che nessuno, nonostante le richieste dei famigliari, è ancora passato a ritirare. E anche il Diario medico, ora oggetto di indagine presso la procura era stato dimenticato.
 
Nell'articolata denuncia dell'avvocato Francesca Giacomelli, contro il responsabile dell'equipe delle «cure palliative» viene più volte evidenziato di come la famiglia non sia stata mai messa al corrente di nulla e di come i comportamenti non siano certo stati eticamente corretti sia a livello professionale, che etico e morale.
 
Agli atti esiste anche una testimonianza di una persona che avrebbe vissuto l'identica esperienza con l'equipe guidata dallo stesso medico. E leggendola è desolante come riporti quasi le stesse cose e comportamenti passati dalla famiglia che ha vissuto questo strazio.  
 
L'uomo muore un lunedì attorniato dall'affetto dei suoi cari che mai avrebbero pensato di vivere un'incubo simile rivolgendosi alle «cure Palliative». «Non abbiamo ricevuto nemmeno un doveroso quanto semplice messaggio di cordoglio» Ricordano tristemente i famigliari.
 
La famiglia ha la massima sicurezza, «ribadiamo che fin dall'inizio, la terapia domiciliare, ha causato un immediato decadimento psico-motorio a dir poco impressionante su nostro padre che poi ha portato alla morte.» 
 
Rimangono dei fatti certi. Come per esempio l'incredulità degli oncologi, del medico di base e dell'operatrice del 118, nello scoprire la presenza del Midazolan, della massiccia somministrazione di Morfina su un soggetto che non sentiva nessun dolore o ancora dell'uso del Serenase che invece l'equipe «Cure Palliative» ha continuato a somministrare.
 
Ma anche la completa mancanza di sensibilità che non può venire a mancare nei confronti di una famiglia consapevole che il proprio caro potrebbe morire. 
 
Nella denuncia appaiono drammatiche e profetiche le parole di uno dei figli, «Il responsabile dell'equipe non si lasciava sfuggire occasione per ricordarci insistentemente (quasi provasse un senso di gusto nel farlo), che mio padre sarebbe morto prestissimo (ne aveva la certezza, eccome se ce l’aveva…), minacciandoci di stare attenti (a cosa?!?) portando poi nostra madre ad avere una crisi di pianto. Con arrogante saccenza ella teneva a ribadire che la “sua cura” era sempre stata adeguata ed applicata in modo corretto, secondo Protocollo medico».
 
«Dopo la morte di mio padre si apprendeva che un apporto considerevole di Sodio, aggiunto al Citrato di sodio presente come eccipiente negli altri farmaci introdotti nel corso della "cura domiciliare", potrebbe aver contribuito – aggiunto al COCKTAIL FARMACOLOGICO di ALOPERIDOLO-MORFINA-MIDAZOLAN all’arresto cardio- circolatorio di nostro padre».
 
«Mio padre moriva di arresto cardiocircolatorio (pieno di mucosi esofagee, del tutto trascurate dalle operatrici sanitarie) su di un letto, il quale ormai era diventato uno strumento di tortura continua» 
 
«In più di un’occasione noi familiari abbiamo chiesto per quale motivo non avesse svolto le analisi del sangue su nostro padre; il responsabile dell'equipe ci rispondeva che le medesime al Servizio Palliativo costavano»
 
Questi solo alcuni passaggi che si leggono sulla denuncia (41 pagine) depositata in procura. Abbiamo volutamente omettere alcuni particolorari molto crudi per non rendere ancor più degradante questa triste storia che non dovrebbe succedere, in Italia e in una provincia autonoma come la nostra. Vogliamo finire questo articolo riportando tale e quale la dichiarazione di uno dei figli che può forse rendere l'idea di quello che ha passato la famiglia in sole 3 settimane che forse per loro valevano una vita, si, una vita passata serenemante e rispettosamente con il proprio padre. 
 
«Voglio concludere – termina il figlio – dicendo che mio padre nemmeno in punto di morte è riuscito ad aprire una sola volta gli occhi per poterci dare un ultimo sguardo, per portare con se un’ultima immagine dei suoi figli e di sua moglie. Non gli è stata concessa nemmeno la possibilità di pronunciare un’ultima parola – se non quella di pochi giorni prima: «Cosa mi avete fatto». A mio padre è stata tolta la dignità di poter morire come meglio desiderava; gli è stata tolta la volontà di poter interagire con la propria famiglia, coi propri cari con tutte quelle persone che gli volevano bene e che gliene vogliono ancora. A mio padre è stata tolta la gioia, la felicità che avrebbe potuto avere ancora per il tempo che gli rimaneva da vivere. A mio padre è stata tolta la dignità umana che ad un malato, anche se questo in fase terminale, non dev’essere violata nemmeno in punto di morte».
 
«Alla sua famiglia è stata tolta la possibilità di ricordarsi di lui nei momenti più belli, spensierati, felici, perché non c’è istante di ogni giorno, da quando se n’è andato, che pervada in noi un senso di totale e tremenda frustrazione, di colpevolezza per aver permesso che tutto questo accadesse. Avremmo voluto morire con lui, ma non possiamo, dobbiamo trovare la forza per andare avanti cercando di compiere quel cammino che ci porti a ritrovare quel senso di giustizia che purtroppo in questo momento è in noi più che mai smarrito».
 
Le fotografie sono state pubblicate con il consenso della famiglia. Quanto riportato nell'articolo è stato estratto dalla denuncia fatta dai famigliari e dal racconto avvenuto nella nostra redazione e totalmente registrato e a disposizione delle autorità qualora ne facciano richiesta. Alcuni estratti sono stati ricavati dal diario Medico redatto e aggiornato dallo stesso responsabile dell'equipe medica delle «cure Palliative» – Tutti i riferimenti fatti riguardano solamente una equipe medica cure palliative in particolare.  {facebookpopup}
 
Nella foto del titolo a sinistra appare l'uomo alcuni giorni prima dell'inizio del «trattamento» palliativo, e destra invece la raffigurazione dello stesso alcuni ore prima della morte.
 
 
 






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