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Cure Palliative: «Il calvario di mio padre lasciato morire su una strada»

Dopo la pubblicazione dell'articolo «Cure Palliative: Medico Trentino indagato per omicidio» sono arrivate altre «denunce» e riflessioni, sulle equipe «Cure Palliative» del sistema sanitario trentino.

Tutte, oltre che ricalcare i contenuti della lettera della famiglia che ha denuciato alla magistratura e ai media quanto successo, sono in pieno disaccordo con il modo di agire degli operatori che dovrebbero seguire i malati terminali.

Nella lettera pubblicata sotto, Cinzia Leonardi racconta la storia di suo padre e riconosce in parte la stessa esperienza raccontata dalla famiglia che ha denunciato il medico che tutt'ora è sotto indagine per quattro capi d'imputazione. (Omicidio volontario, preterintenzionale, volontario e violenza privata nei confronti appunto della famiglia)

Ma in più, rispetto alla prima lettera, Cinzia Leonardi denuncia anche il comportamento freddo e indifferente con cui i medici affrontano i pazienti e i famigliari «non siamo al supermercato – dice – parliamo di vite umane». Ma peggio ancora fa riferimento all'organizzazione della sanità trentina che – afferma – «non ha un posto in ospedale per far morire un anziano diventato un peso per la società e che fa morire in mezzo alla strada».

È la storia triste di una persona abbandonata solo perché malata terminale, delle righe che contengono anche passaggi sconcertanti dove traspare che la vita umana diventa solo un costo e per questo non va trattata con dignità e rispetto.

La legge 38/2010 consente al malato ritenuto “inguaribile” o affetto da patologie cronica dolorosa delle cure palliative e l’accesso alla terapia del dolore con l’obiettivo di assicurare “il rispetto della dignità e dell’autonomia della persona umana, il bisogno di salute, l’equità nell’accesso all’assistenza su tutto il territorio nazionale, la qualità delle cure e la loro appropriatezza riguardo alle specifiche esigenze”

Secondo il ministro della salute Lorenzin però “In Italia nella metà delle Regioni non viene garantita l’applicazione di questa legge”. Il problema, secondo la Lorenzin, è dato dalla necessità di affrontare la questione con un approccio etico oltre che economico: “È giunto il momento di affiancare a questo approccio anche un impegno etico, – spiega il ministro della sanità – quello di essere vicino al malato e non lasciarlo solo di umanizzazione delle cure,  quello di non sentirsi solo è un bisogno del malato a cui non possiamo non dare risposta”.

Sotto la lettera integrale della signora Cinzia Leonardi

«Mi collego a quanto accaduto alla famiglia di un malato terminale articolo da Voi pubblicato e dove ho riconosciuto in parte la mia esperienza vissuta pochi mesi fa e che ora vorrei raccontare. Mio padre età 75 anni è deceduto il 30/4 scorso per causa di un tumore al colon.

In aprile del 2014 è stato operato al colon al Santa Chiara e da lì ad un mese ha subìto un altro intervento al cuore per un arresto cardiaco avvenuto due giorni dopo l'operazione. A seguito una lunga riabilitazione anche presso le strutture di Arco, finché quando sembrava abbastanza ripreso, parliamo di ottobre 2014 da un primo follow up oncologico risulta che il tumore è ripartito proprio dal punto dell'intervento ed ha preso un polmone, diagnosi carcinoma in metastasi. Da qui è cominciato il nostro “calvario”.

Dopo alcuni colloqui con medici oncologi e con il nostro medico di base scegliamo la strada di non intervenire con la chemioterapia, poiché essendo un cardiopatico non avrebbe sostenuto le cure e così si decide di intervenire con le cure palliative.

Ho attivato subito questo servizio, consistente in cosa…un primo colloquio con medico palliativista che ho fatto da sola in ospedale a Trento, perché specifico che mio padre non era a conoscenza del suo “male” , dove mi è stato detto fuori dai denti “beh signora aspettiamo che arrivi il suo momento..” e qui apro subito una parentesi sulla “freddezza e indifferenza” con cui i medici affrontano oltre che i pazienti anche i famigliari (non siamo al supermercato, parliamo di Vite umane).

Sicchè da Novembre fino ad Aprile le Cure palliative consistevano nella visita settimanale del mio Medico di Base e null'altro, forse dico meno male, perché il 3/4/2015 abbiamo un primo incontro con il medico delle cure Palliative, un'infermiera ed il medico di base, incontro richiesto dal medico nostro poiché il papà cominciava a non stare tanto bene, inappetenza e dimagrimento.

In quella sede decidono di applicare “elastomero” e cerotto morfina, è stata la fine, tempo 3 giorni, mio papà è caduto a terra per la debolezza e da quel giorno non si è più alzato.

Dalla caduta lo abbiamo portato al Pronto soccorso del Santa Chiara con ambulanza, diabete a 400 e mi sono sentita dire..”signora lo mandiamo a casa…”, ho chiesto spiegazioni in quanto non mi pareva proprio nelle condizioni di stare a casa da solo, e dalla Dottoressa del pronto soccorso mi sono sentita rispondere “Signora noi non possiamo fare nulla le conosce le condizioni di suo padre si organizzi e lo tenga a casa anche perché qui non abbiamo posto”.

Scusate ma stanno scherzando???? una persona (perché parliamo di persone e non di cose) siccome all'ospedale non c'è posto (sempre sia vero) deve Morire su una strada? Dal momento che una persona decide di non intraprendere la strada delle cure mediche, in questo caso anche per motivi validi, allora diventa un costo un peso per la Società?

Allora pregando, me lo hanno ricoverato alla Solatrix a Rovereto, in medicina, dove dopo due giorni se ne volevano già liberare. A quel punto ho contattato la fondazione Hospice di Trento (NdR – onlus di volontariato che segue i malati terminali) dove hanno detto che non c'erano posti liberi per il momento.

Dopo una settimana è stato trasferito nel reparto riabilitazione della Solatrix, reparto adatto proprio per i malati terminali.

Io chiamavo tutti i giorni all'hospice di Trento per sapere se c'era la possibilità di un trasferimento, anche perché le condizioni continuavano a peggiorare. Dall'hospice mi sono sentita rispondere che a Trento ci sono solo 12 posti e a Mori 20 e che sarebbe passato un mese. Ho spiegato la situazione, avrei voluto che vivesse gli ultimi giorni della sua vita in maniera “dignitosa” ed invece non è stato così, ad un certo punto non mi rispondevano più e anche le cure palliative mi hanno detto che ormai era sotto cura dell'ospedale, luogo non adatto per la sua malattia.

Un malato terminale ha bisogno di essere seguito da personale competente e magari anche i famigliari ai quali può servire un appoggio psicologico. Invece lui sotto effetto di morfina, non era per niente seguito, gli infermieri erano presenti uno per turno, lasciavano i farmaci da prendere sul comodino senza verificare se venivano presi o meno, dovevo essere io a chiedere gli ultimi giorni di evitare che lui sentisse dolore.

Il suo ultimo giorno di vita ho chiesto se cortesemente ci potevano dare una stanza dove potevamo stare da soli, mi hanno risposto che non vi erano stanze libere. Insomma siamo arrivati alla morte così, con sofferenza, freddezza e indifferenza verso chi sta lasciando la vita e verso i famigliari.

Come ultima cosa, nel momento in cui il papà ci ha lasciati, ci è stato comunicato dalle infermiere che dovevamo lavarlo e vestirlo noi, perché non era di loro competenza e abbiamo dovuto chiedere la cortesia di avere spugne e sapone perché nemmeno quello ci volevano dare.

Questa è stata la nostra esperienza, ma credo che in un modo o nell'altro altre persone si siano trovate o si troveranno in queste situazioni. I“malati terminali” purtroppo credo siano tanti e sono in aumento e non ci sono strutture adatte per loro e allora cosa pensa di fare la nostra Sanità

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