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La Trento Islamica nei ghetti

 
L'attualità di questi giorni legata all'accoglienza dei profughi, destinati poi ad integrarsi, per così vivere sul nostro territorio, il caso del sindaco di Cloz criticato per la frase infelice sulle donne e il continuo aumentare della criminalità, che purtroppo per l'85% vede protagonisti gli stranieri ci ha spinto ad approfondire di più i comportamenti delle famiglie musulmane residenti in Trentino.
 
Sono alcuni di questi comportamenti che rendono diffidenti le comunità trentine che prendono atto della grande diversità culturale fra i due modelli di famiglia, quello italiano e quello musulmano.
 
Chiariamo subito che per il diritto musulmano il matrimonio è un contratto. L’islam non conosce il concetto teologico di sacramento, caratteristico del cristianesimo. Le moderne riforme hanno eliminato nei paesi musulmani il fenomeno dei matrimoni precoci, fissando un’età matrimoniale minima e ora non costringono più la donna al matrimonio, ma non sempre tuttavia la donna è libera di scegliere, e questa poi diventa la madre di tutti i problemi.
 
Si, perché la più grande frattura fra la cultura musulmana e quella occidentale, è il ruolo della donna all'interno della società e quindi anche della famiglia. Da una lato abbiamo la donna oppressa umiliata, torturata, maltrattata discriminata da atteggiamenti persecutori, percossa, stuprata e a volte anche eliminata, mentre dall'altra una figura di donna occidentale evoluta, rispettata, stimata, che ha saputo emanciparsi e che nella società è completamente integrata a tal punto in certi casi di diventare la figura di riferimento della famiglia e della comunità.
 
Secondo un processo storico consolidato da secoli ogni tradizione religiosa, una volta trapiantata in Occidente, si adegua a questo tipo di società e alla sua regola di parità fra maschi e femmine. Ma se l’Islam costituisse un’eccezione? Se fossimo noi a dover adeguarci alla loro norma sulla separazione dei sessi? Inutile fare gli struzzi quindi, le tradizioni islamiche si stanno dimostrando particolarmente coriacee, mentre gli europei sono in palese crisi di identità. Quindi, vi è un concreto rischio che quel «recinto» per donne che l'islam ha costruito, ce lo potremmo trovare altrove, non solo in queste prime e improvvisate moschee della città, ma anche sulle spiagge dei laghi, nelle piscine, nelle scuole, sugli autobus ecc ecc…
 
E non scopriamo certo la «ruota» scrivendo che la donna islamica è soggetta spesso a violenze verbali, morali, sessuali e fisiche all'interno della sua famiglia anche per lungo tempo. Tutto ciò alla luce del sole, esistono anche dei video in rete (purtroppo molti) dove l'uomo insegna come percuotere la donna. (qui il video)
 
Ma alcune di queste reagiscono e denunciano ogni sorta di soprusi cominciando così un iter giudiziario spesso complicato e doloroso sostenute solo dal proprio avvocato. Ed è proprio in quel momento che emergono le differenze culturali, morali e spirituali fra due culture che difficilmente in questo momento possono coesistere.
 
Noi siamo andati a parlare con l'avvocato Giuliano Valer, (foto) avvocato penalista, dottore di ricerca in diritto e processo penale, che nel corso della sua professione si è trovato a difendere le donne musulmane vittime di violenza da parte del marito, in fase di separazione, ma anche alcuni mariti denunciati dalle proprie donne.   
 
«Si stanno affacciando, e chi frequenta il foro di Trento se ne rende subito conto, numerosi casi dove la crisi di coppia, che di norma trova il suo triste epilogo nella aule dei tribunali, fa emergere peculiarità, segno di una società che si sta trasformando, – esordisce Giuliano Valer – in modo inaspettato. L'elemento di interesse forse più per i sociologi del settore, che non per il penalista, riguarda però in particolar modo la coppia musulmana radicata e integrata sul territorio trentino, forte di una tradizione ove sembra che la donna debba essere mantenuta in posizione di chiara sottomissione».
 
«Intendiamoci: il fatto che la donna sia sottomessa all'uomo (o che un uomo decida di essere sottomesso ad una donna) di per se, per il diritto, non costituisce un connotato né positivo né negativo, se esiste l'accettazione, da parte di entrambi, della situazione. Il diritto, sotto questo profilo si disinteressa, per fortuna, dell’etica, della morale o dell’opportunità. Ognuno è libero di impostare la propria vita di coppia come crede, e ci sono regole interne, dove non è legittimo che il diritto intervenga. Il problema si pone invece in tutta la sua gravità quando, alla base di queste situazioni non vi è un libero e spontaneo consenso nonché una piena accettazione della situazione ed allora diventa una vera e propria imposizione che rischia di diventare irreversibile e quindi di sfociare nella completa illegalità, con ciò eccitando l’intervento della giustizia».
 
E’ poi dopo anni di sopportazione, dove la donna asseconda questi atteggiamenti che sono per lo più di natura culturale predominante, forte, anche di un ambiente diverso rispetto a quello di origine, si verifica la reazione dicendo no: «io adesso non ci sto più».   
 
Ma cosa succede quanto avviene questa rottura insanabile nella coppia musulmana?
 
«E’ difficile generalizzare. Né mi pare il caso di puntare il dito su questa o quell’etnia. Conosco coppie di religione islamica esemplari, con figli altrettanto esemplari, che mi auguro siano la maggior parte dei casi. Tuttavia, per la professione che svolgo, vedo le patologie del sistema in base a queste provo a delineare un quadro. È ovvio – risponde l'avvocato Valer – che c'è il concreto rischio di violenza, ma per fortuna in Trentino esiste un sottobosco di associazioni che aiutano e cercano di tutelare le donne in tal senso. L'uomo all'interno della coppia, pare trovarsi spiazzato di fronte alla presa di posizione della partner, che si ribella ad un anni di sottomissioni.
 
Ho personalmente seguito un caso emblematico per comprendere quello che succede in questi casi. Un uomo di 55 anni perfettamente integrato nel capoluogo trentino, con una cd. fedina penale pulita, con un lavoro fisso, con un mensile di 1.800 euro e tre figli improvvisamente piomba nel buio più profondo. Non riesce più a riconoscere la donna che aveva sposato. Non accetta la sua legittima aspirazione all’indipendenza. Questi viene condannato infatti varie volte per violenza, maltrattamenti, e per violazione degli obblighi di assistenza (morale e materiale) familiare e viene allontanato da casa.
 
Ebbene, l'uomo, non solo non ha accettato la situazione coniugale, ma si è addirittura rifiutato di soggiacere anche alla giustizia: incredibilmente, di punto in bianco si è licenziato dal remunerato posto fisso, ha riscosso il TFR di anni di lavoro ed è tornato nel suo paese d'origine lasciando sul lastrico la povera moglie con tre figli che deve campare con 400 euro al mese, mantenere i figli e pagare l'affitto».
 
La cultura spesso diventa fattore fondamentale per una donna musulmana per uscire da queste tragiche situazioni, «vero – ci confida Giuliano Valer – nel mio studio spesso mi sono trovato davanti a donne che volevano separarsi dal marito e che nonostante siano residenti da 5 anni in Trentino non riuscivano a parlare o capire una sola parola d'Italiano, è chiara quindi la difficoltà d'integrazione. Non so quali possano essere le origini di questa sorta di impermeabilità con l’integrazione, ma il sospetto che non sia sempre il frutto di una scelta libera e consapevole, c’è»
 
Quanto riferito da Valer conferma in parte il comportamento islamico integralista che vuole mantenere nella più completa ignoranza tutti per così poterli controllare e sottometterli, e quanto sta facendo l'ISIS in questi giorni ne è la conferma più drammatica.
 
«Il vero problema – continua Valer – è che nella nostra società si sta instillando fenomeno che rischia di non essere più controllabile. Provo a spiegarmi. Mi riferisco alla (sotto) cultura dualista del noi e del voi, quella del “noi abbiamo la nostra cultura trentina e voi la vostra che non potrà mai andare d'accordo con la nostra”, bloccando così di fatto una possibile crescita e ricchezza culturale che le diversità dovrebbero velocizzare e favorire».
 
Dalla famiglia alla società il passo è breve, le cronache in questo senso parlano chiaro, i crimini nella nostra città sono per lo più perpetrati da soggetti stranieri (si parla dell'85%) e sempre più spesso da uomini legati alla fede musulmana.
 
«non credo sia un fenomeno legato alla fede religiosa, penso piuttosto alle condizioni economiche e di integrazioni nel tessuto sociale. Il problema è centrato solo in modo parziale. A ben riflettere i due elementi tendono ad aumentare, nel senso deteriore, in modo circolare fra loro, creando una spirale che spesso sfocia nell’illegalità. Meno integrazione, maggior disagio economico. Maggior disagio economico, minor incentivo alla integrazione»
 
Ma tornando alla coppia che si divide sono curiosi i motivi del contendere da parte dell'uomo, «in un caso, un marito si doleva della moglie perché non faceva il pane in casa secondo tradizione, oppure perché si era stufata di portare il velo, detto hijab,  o peggio perché non abbassava lo sguardo innanzi alla sua potestà» – spiega Valer che continua «posso comprendere, giammai giustificare, che un uomo che sia vissuto in un determinato contesto, faccia fatica a aderire al concetto di parità fra uomo e donna all’interno della coppia, ma è altrettanto imprescindibile il rispetto delle regole del nostro ordinamento. Chiarisco: se una donna vuole girare con il velo, non solo può farlo, ma ha addirittura il sacrosanto diritto di manifestare, così la sua cultura; diverso se invece subisce un’imposizione, perché allora, si trasborda nella violenza».
 
Qual è il percorso da fare con la donna musulmana che si rivolge a lei per la separazione?
 
«Innanzitutto si devono fare alcuni colloqui per capire come muoversi, spesso queste donne vengono portate nel mio studio da un'amica musulmana, che però poi chiedo non  partecipi all'incontro; questo per capire fin dove si è spinta, se c’è stata, la violenza del marito, la casistica in tal senso parla chiaro. All’interno dei casi portati all’attenzione della giustizia penale, vi è infatti un primo livello che vede la donna trattata peggio di uno «straccio»: e si rimane nell’alveo del maltrattamento in famiglia, ve n’è un successivo, dove la donna sopporta violenze fisiche, oltre che morali: ed oltre al maltrattamento, vi sono anche le lesioni aggravate, e un terzo livello dove la donna subisce anche violenza sessuale o deve sottostare a rapporti non consenzienti, oltre a essere in stato di grave e constante minaccia e segregazione. In quest’ultimo caso, mi consta molto raro, per fortuna, si raggiunge l’apice della gravità. Il problema – lo sottolinea nuovamente Valer – è che vi sono taluni che non avvertono la gravità delle loro condotte. Si tratta, però di casi patologici, che è bene sottolineare, attraversano trasversalmente ogni contesto culturale ».
 
Quanto durano le violenze famigliari, e qual è la molla che fa scattare la denuncia?
 
«Ho avuto dei casi di donne che hanno vissuto questa situazione anche per oltre 5 anni, ed è curioso come queste pur abitando qui a Trento da molto, non parlassero neppure una parola d'Italiano; di solito tutto parte con alcune confidenze fatte ad un'amica che la indirizza e la convince a denunciare, spesso però queste violenze vengono scoperte dopo il ricovero al pronto soccorso della donna, in quel momento viene attivato il "Codice VIOL.A." (acronimo di Violence Alert, ossia Allarme Violenza) che cerca di dare risposta a due esigenze essenziali: garantire supporto e consulenza agli operatori sanitari nella gestione delle donne vittime di violenza fisica e/o sessuale, sospetta o accertata, che accedono alle sedi dei presidi ospedalieri provinciali; offrire alla donna, se necessario, la possibilità di uno spazio di ascolto telefonico con un'operatrice specializzata, in grado di aiutarla ad affrontare gli aspetti emozionali della situazione in cui si trova, a sentirsi compresa ed a compiere i primi passi per la tutela della propria sicurezza e incolumità, al fine di facilitare l'emersione e la presa in carico dei casi di donne vittime di violenza attraverso una più stretta cooperazione tra il comparto sanitario e quello sociale.» 
 
«All’evidenza queste donne non sono per nulla smaliziate, anzi, quasi sempre sono molto ingenue e in piena confusione. Ciò che sorprende è che, dall’altra parte, non sempre gli autori di questi delitti si rendono conto della gravità del loro comportamento, probabilmente sì avvertito come criticabile, ma non così tanto da imporre una reazione da parte della giustizia penale».
 
L'esodo continuo da parte del popolo musulmano nel mondo occidentale impone di riflettere anche su un altro aspetto della vicenda; nelle scuole medie e superiori è sempre maggiore la presenza degli stranieri, e se da una parte maggiore è quindi la possibilità di integrazione, dall'altra avviene uno scontro generazione molto pericoloso che vede i genitori immersi nella cultura islamica e i propri figli invece vissuti in quella occidentale, liberista, democratica e consumista.
 
«Sia chiaro, non voglio generalizzare e mi limito a parlare di alcuni casi da me affrontati, che non per forza rappresentano la normalità delle situazioni. Sui figli – afferma Valer – si registrano alcune particolarità degne di nota.  Il timore di alcune donne in via di separazione o in rottura con il marito è quello rappresentato dalla minaccia della fuga del marito con il (guarda caso) figlio maschio, se c’è, e del conflitto oltre che generazionale, anche culturale con le figlie, vissute in ambiente europeo sin dalla nascita».
 
Sono molti i casi di violenza e sottomissione in queste famiglie musulmane?  
 
«Preciso, ancora una volta, che naturalmente per la professione che svolgo io colgo solo gli aspetti patologici di questa nostra società: è banale osservare come da me infatti non vengano le persone felici. Tuttavia, penso di  potere affermare, con una certa cognizione di causa che i casi più tristi provengano – come del resto accade in tutte le culture – in contesti ove la scolarizzazione è ai minimi livelli».
 
Quindi maggiore cultura significa integrazione più veloce, ma cosa sta facendo lo stato per questo?
 
«Lo stato in questo momento sta vivendo un momento di oggettiva difficoltà, la mia sensazione è che annaspi disperatamente andando per tentativi, ma dobbiamo essere consapevoli che indietro non si torna e che quindi qualche decisione in tal senso dovrà essere presa e in fretta, troppi e troppo importanti essendo gli interessi e i valori in gioco, da ogni parte».
 
Anche la presenza nelle carceri di soggetti stranieri è in aumento, si prepara un nuovo «svuota carceri»?
 
«Anche qui stiamo parlando di una presenza del 85% di soggetti stranieri, lo stato spesso condanna ai domiciliari per risparmiare, infatti la presenza di uno straniero nella carceri costa ai contribuenti italiani circa 250 euro al giorno. Non tutti sanno che il carcere non è gratis. Dopo la scarcerazione al condannato viene presentato il conto (circa 60/70 euro al giorno), ma che alla fine non viene quasi mai riscosso stante l’indigenza dell’interessato. Oggi, a seguito della buona condotta intramuraria, vi è la possibilità di godere di 75 giorni si sconto ogni 6 mesi (circa 5 mesi ogni anno) questo però non vale per i reati di efferata gravità».
 
Ma oggi la giustizia per gli stranieri ha un costo?
 
«Non vi è dubbio che l’extracomunitario, indigente sia maggiormente soggetto al fascino del facile guadagno che l’illegalità comporta. La giustizia oggi è diventata particolarmente costosa: emblematico è, in ambito penale la richiesta delle copie degli atti, dalla quale nessuna difesa può prescindere. Ad esempio se si deve richiedere con urgenza la copia di 8 fogli (e molto spesso le affogliazioni sono centinaia) contenuti in un fascicolo penale occorre corrispondere la bellezza di 8,68 euro. Tuttavia, essendo la difesa un diritto inviolabile, garantita costituzionalmente anche ai non abbienti (art. 24 Costituzione), in caso di accertata povertà dell’interessato può intervenire, il patrocinio a spese dello Stato, che quindi si fa carico di remunerare secondo una liquidazione attribuita al giudice della causa, che ha vagliato l’impegno professionale, l’avvocato».
 
E la stessa giustizia è uguale per uno straniero e un italiano?
 
«Paradossalmente, potrebbe sembrare, in alcuni casi, che la giustizia offra più opportunità agli stranieri. Ma è solo un’apparenza, sia chiaro, fondata su specifiche esigenze e ragioni normative, ispirate anche a ragioni di sicurezza pubblica e controllo del territorio.  Non stupisca, allora il caso in cui lo straniero possa godere di maggiori benefici dell'italiano a parità di reato. Facciamo un esempio: un extracomunitario e un italiano, entrambi pluripregiudicati, e senza possibilità di godere della sospensione condizionale della pena vanno a rubare insieme e vengono arrestati e poi condannati. L'italiano rischia di rimanere in galera per l’intera pena, mentre lo straniero può richiedere l'espulsione, riacquistando la libertà nel suo Paese previo accompagnamento alla frontiera, con il divieto di tornare in Italia per i successivi 5 anni».
 
Come è possibile migliorare la situazione legata alla criminalità e al degrado a Trento?
 
«In relazione alla microcriminalità, – perché di questo si sta parlando, beninsteso – la presenza, percepibile e visibile delle forze dell'ordine sul territorio è a mio parere un valido deterrente e sono convinto che se Trento fosse ancor più monitorato con costanza si potrebbe ridurre la criminalità e simultaneamente abbattere il senso di impunità. Se si lasciassero quartieri al degrado e all'abbandono è risaputo da studi fatti da emeriti criminologi, che nella delinquenza cresce una sorta di supposizione che la cosa sia tollerata dalle istituzioni; un immediato intervento invece per ripristinare un decoro urbanistico, ambientale e di corredo allontana la possibili zone a rischio dal diventare ghetti malfamati. In questo senso tutti siamo chiamati a contribuire a rendere la nostra città sempre migliore».
 
In città gli esempi non mancano, l'area fra Santa Maria Maggiore, Gardolo, Canova, Piazza Dante e Cristo – Re ne sono la triste conferma, «non posso esprimermi sullo specifico – osserva Valer – ma il pericolo di una ghettizzazione o di zone caratterizzate da questa o quella predominanza etnica o culturale è sempre dietro l’angolo e ciò rischia di generare una spirale perversa di svalutazione del patrimonio immobiliare e  di impermeabilità della zona con il resto del territorio. Quella spirale a cui accennavo prima».
 
In Italia da uno a dieci quanto funziona la giustizia?
 
«Sei e mezzo, ma sono molto ottimista che la valutazione cresca, ce lo impone il nostro sistema economico che è ormai al collasso»
 
La legge è uguale per tutti?
 
«Lo leggo ogni volta che entro in un’aula di tribunale. Non sempre, però è così, non già per questioni legate a personalismi o a favoritismi, al quale il nostro Foro sembra immune,  ma  per questioni economiche. L’uguaglianza della legge per tutti deve diventare una realtà percepibile, non solo un auspicio, un modello, una faro dal quale mai distogliere lo sguardo…»
 
È chiaro che per l'occidente diventa inaccettabile questa ideologia integralista islamica diffusa nella società musulmana. Quel che è certo è che la lista delle donne di fede islamica vittime dei loro familiari, padri o mariti, si sta allargando fino a diventare il catalogo di un genere letterario ormai imbarazzante, ma del quale le tante associazioni islamiche presenti sul territorio non hanno mai voluto ne scrivere ne parlare. I dati del numero verde creato appositamente (progetto «mai più sola») per difendere le donne musulmane vittime di violenza famigliare, dove gli operatori rispondono in arabo parlano di quasi 20mila richieste di aiuto giunte dall'Italia che si sono risolte con l'82% di denunce
 
Dallo studio della Chesler (2013) inoltre emerge che nel mondo il 48% delle violenze globali sulle donne rigurderebbe il mondo islamico. Un rapporto presentato al Consiglio d’Europa l’8 giugno 2012 ribadiva l’allarme e invitava i governi europei a emettere una legislazione volta ad arginare questa pratica che viola ogni diritto umano. Si leggeva: «Tutte le forme di violenza contro le donne e ragazze in nome di codici d’onore tradizionali sono considerate “delitti d’onore” e costituiscono una seria violazione dei diritti umani fondamentali. Nessuna tradizione o cultura può invocare nessun genere di onore per violare i diritti fondamentali delle donne».
 
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