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Torino Film Festival: la Teoria del tutto al profumo di Oscar

Trovare un’equazione che spieghi la nostra esistenza in questo universo. Questa, più o meno, la missione della ricerca di Stephen (Eddie Redmayne), giovane brillante e un po’ stralunato dottorando in cosmologia. Di questo si innamora Jane (Felicity Jones) al loro primo incontro. Di una mente originale e due occhi intelligenti, incorniciati da grandi occhiali neri e da un dolcissimo sorriso. 

E a quell’incedere sempre più disarmonico nemmeno ci farà caso. Lei come nessuno altro. Fino a quando una diagnosi impietosa spiegherà quella camminata incerta: due anni di vita al massimo e un peggioramento continuo ai danni della muscolatura causato da una malattia degenerativa dei motoneuroni. Il cervello no, continuerà a lavorare, ma il corpo smetterà di rispondergli.

Due anni soli, per un futuro che necessiterebbe una vita intera da riempire. E allora non c’è tempo, non c’è tempo da perdere. Stephen e Jane decidono di sposarsi, di avere un figlio e poi due anzi tre. E la tesi di dottorando e il primo libro, le vacanze e la carriera da professore, inviti da onorare, stima e complimenti, i buchi neri e lo studio come compagno di vita, assieme agli amici di sempre e a quel docente divenuto collega e amico.

Passano due anni, poi ne passano altrettanti e la vita, sempre più dura per Stephen e la famiglia, la vita è ancora lì, a regalare gioia nella sofferenza, vittorie nel dolore. Lui che ora è uno stimato ricercatore e scienziato di fama mondiale, che vede i figli crescere e alla morte no, non ci pensa. Non c’è tempo.

The Theory of Everything, La teoria del tutto di James Marsh esce dagli schermi del Torino Film Festival per commuovere, narrare e, soprattutto, per omaggiare la vita e una vita, quella del fisico britannico Stephen Hawking il quale oggi, a 72 anni, a quel futuro da riempire guarda ancora con gioia. E non ha smesso di lavorare e lavorarci.

Un film prettamente narrativo, un biopic pieno nel suo genere e impreziosito da qualche tocco registico: l’inserimento ripetuto ma non insistito della figura circolare, per esempio, a cui si richiamano, in parallelo, i movimenti di macchina laterali che diventano una cornice soffice in cui si racchiudono sentimenti ed emozioni sottolineate nel gioco dei piani delle inquadrature.

Su tutto, però, spicca la sublime interpretazione di Eddie Redmayne, strepitoso in un ruolo complicato anche dalla necessità di dover recitare per quasi l’intero film in sedia a rotelle e assumere una posizione semi-disarticolata. In odor di (meritatissima) statuetta.

Emanuela Macrì

artecultura@lavocedeltrentino.it

 

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